Lunedì, 7 Settembre, 2026 - 00:45

Milano, settembre 2026 – «L’avvio di un nuovo anno scolastico non riguarda soltanto studenti, famiglie e personale della scuola. Riguarda una comunità intera, perché è anche dalla qualità della scuola che dipende una parte importante del futuro della Lombardia».
Lo dichiarano Fabio Nava, Segretario Generale CISL Lombardia, e Luisa Treccani, Segretaria Generale CISL Scuola Lombardia, in vista dell’avvio dell’anno scolastico 2026/27.
«I primi dati ci restituiscono qualche luce e ancora molte criticità. Sono 7.042 i docenti assunti a tempo indeterminato nelle scuole lombarde, di cui 2.153 sul sostegno. Un dato in crescita rispetto allo scorso anno, che va riconosciuto, ma che non risolve le difficoltà di copertura dei posti e il ricorso ancora troppo elevato al lavoro precario, particolarmente evidente sul sostegno.
Il funzionamento della scuola, inoltre, non dipende soltanto dai docenti. Sono stati assunti 2.585 lavoratori ATA, 78 funzionari di elevata qualificazione e 119 nuovi dirigenti scolastici, mentre 75 scuole restano affidate in reggenza a dirigenti già responsabili di altri istituti.
Dietro questi numeri ci sono lavoratrici e lavoratori, ma soprattutto studenti e studentesse sui quali ricadono le conseguenze dell’instabilità.
Per questo CISL e CISL Scuola chiedono da tempo interventi strutturali: organici più aderenti ai fabbisogni reali, stabilizzazione del personale, formazione delle professionalità necessarie e un sistema di reclutamento capace di utilizzare tutte le competenze disponibili e ridurre strutturalmente il precariato.
Ma proprio i numeri lombardi ci pongono una domanda che va oltre l’avvio di questo anno scolastico: la Lombardia avrà nei prossimi anni abbastanza insegnanti e personale scolastico, con le competenze necessarie e nelle condizioni di scegliere di lavorare e rimanere nella nostra regione?
Non tutto si spiega con il costo dell’abitare. Ma sarebbe sbagliato ignorare quanto casa e costo della vita stiano incidendo sull’attrattività di alcuni territori.
Quando un insegnante o un altro lavoratore della scuola rinuncia a un incarico o cerca di trasferirsi perché vivere vicino al luogo di lavoro è diventato economicamente troppo difficile, non siamo più davanti soltanto a un problema individuale. Quello descritto diventa un problema della scuola e della comunità, perché incide sulla possibilità di garantire continuità educativa agli studenti.
La continuità educativa comincia anche dalla possibilità di restare.
Si tratta di una questione che la Lombardia deve affrontare dentro un problema più grande: quello dell’abitare per chi lavora nei servizi essenziali. Una regione capace di attrarre investimenti e lavoro deve essere anche una regione nella quale chi la fa funzionare possa permettersi di vivere.
Allo stesso tempo, la scuola deve misurarsi con trasformazioni rapidissime. L’intelligenza artificiale è già entrata nella vita quotidiana degli studenti. La domanda non è più se vogliamo l’IA nella scuola, ma con quale consapevolezza, con quali regole e con quale visione pedagogica intendiamo utilizzarla.
La scuola deve continuare prima di tutto a insegnare a pensare, comprendere, verificare le fonti, esercitare il dubbio e costruire relazioni. Non possiamo chiedere agli insegnanti di accompagnare i ragazzi in questa trasformazione senza investire seriamente sulla loro formazione. L’intelligenza artificiale può cambiare gli strumenti dell’educazione, non può sostituire la relazione educativa.
C’è infine una questione più delicata sulla quale crediamo sia arrivato il momento di aprire una riflessione anche in Lombardia, nel rispetto delle diverse opinioni e senza contrapporre famiglie e lavoratori della scuola.
Anche quest’estate migliaia di genitori lombardi si sono trovati davanti a una difficoltà molto concreta: le lezioni terminano, il lavoro continua.
Comincia così ogni anno una corsa tra ferie alternate, centri estivi, oratori, associazioni sportive e disponibilità dei nonni: una straordinaria rete familiare e comunitaria, alla quale dobbiamo essere grati, ma che non può diventare una politica pubblica implicita.
Non crediamo serva partire dalla discussione sulla durata del calendario scolastico. Piuttosto, serve partire dalla vita reale delle famiglie e domandarci come organizzare meglio quei periodi, senza scaricare sul personale della scuola responsabilità che appartengono all’intera comunità. Non possiamo continuare a riscoprire ogni giugno lo stesso problema come se fosse imprevedibile.
È una questione di conciliazione, ma anche di uguaglianza. Le opportunità estive di un bambino non possono dipendere soltanto dal reddito della famiglia, dalla disponibilità dei nonni o dal territorio nel quale vive.
Per questo settembre può essere il momento giusto per cominciare a progettare l’estate 2027.
Regione Lombardia, Comuni, Ambiti territoriali, Terzo settore, oratori, associazionismo, mondo dello sport e della cultura possono costruire, attraverso un vero patto di comunità, una rete più ampia, accessibile e programmata di opportunità educative, ricreative e di socialità durante i periodi di sospensione delle attività didattiche, valorizzando strutture, competenze ed esperienze che già esistono nei territori.
Non si tratta di trasformare la scuola in un parcheggio per bambini. Non si tratta di chiedere agli insegnanti di fare un altro mestiere. Bisogna riconoscere che esiste un problema che riguarda l’intera comunità.
Questo tema non deve diventare uno scontro tra chi difende gli insegnanti e chi difende le famiglie. Sarebbe una contrapposizione sbagliata. Dobbiamo capire come una comunità possa prendersi cura contemporaneamente di chi lavora nella scuola, di chi lavora fuori dalla scuola e soprattutto dei ragazzi.
Da anni ci preoccupiamo, giustamente, della denatalità. Se vogliamo davvero una Lombardia nella quale per i giovani sia più facile scegliere di costruire una famiglia, dobbiamo preoccuparci non soltanto di quanti bambini nascono, ma anche delle condizioni nelle quali cresceranno e di come i loro genitori potranno continuare a lavorare.
Casa, servizi, scuola, cura e organizzazione dei tempi non sono questioni collaterali rispetto al lavoro: sono sempre più le condizioni che rendono possibile lavorare e vivere bene in un territorio.
Non pensiamo che esista necessariamente un’unica soluzione valida per territori diversi e per tutto il Paese. Però, proprio la Lombardia può provare a costruire e sperimentare risposte adeguate alle proprie caratteristiche.
Perché la competitività di una regione non si misura soltanto dalla ricchezza che produce, ma anche dalla possibilità concreta delle persone di viverci, lavorarci, crescere dei figli e prendersi cura degli altri senza essere costrette ogni giorno a compiere acrobazie.
La scuola non può risolvere da sola tutti i problemi della società. Tuttavia, una società che guarda seriamente al proprio futuro non può lasciare sola la scuola e non può lasciare sole le famiglie».
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